Home > News > “Treat with Mission”: volontario in Kenya. Di Wojciech Sierocki, studente di medicina.
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In un mondo di contraddizioni dove non tutti i cittadini hanno accesso all’acqua corrente e all’ assistenza sanitaria, ma in cui tutti utilizzano con successo Facebook e altri strumenti tecnologici, è difficile per un giovane studente volontario trovare se stesso. Ci chiediamo: cosa è necessario davvero per vivere? Cosa ci dà un senso di realizzazione e di sicurezza? Inoltre, i progressi della civiltà ci avvicinano veramente ad una visione utopica di felicità o ci fanno uscire di strada?

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Non è possibile capire a pieno l’Africa solo attraverso le parole o perché la si è visitata: è troppo diversificata e appannata dagli stereotipi. Una pace omnicomprensiva, una quiete, talvolta interrotta solo dai rumori degli animali, paesaggi pittoreschi. L’Africa è il continente del colore e della semplicità della vita, ricca di volti sorridenti, di bambini spensierati e di madri apprensive. Nonostante le enormi differenze culturali ed economiche, l’Africa è un ritorno ai valori fondamentali e al contempo ai valori più alti. È come un viaggio in un mondo dove la famiglia gioca il ruolo principale, dove la gente vive il momento stesso, non il futuro, e dove il denaro è utilizzato per acquistare prodotti di base quotidiani. È anche il luogo in cui il tempo è imposto dall’alba e dal tramonto, dove il lavoro del medico è una missione vera a causa dei limitati strumenti a disposizione. Il giorno ha solo 24 ore; il personale medico è quasi sempre insufficiente per i numerosi pazienti che, anche se sono questioni di vita e di morte, spesso non sono in grado di pagare le cure necessarie.

Giorno dopo giorno noi – Mzungu (bianchi)- nuovi arrivati dall’Europa lontana, ci siamo abituati all’affascinante realtà che ci trovavamo davanti, ai panorami desertici, ai risvegli ai suoni della natura e degli animali, alle preghiere impazienti di una moschea vicina. Abbiamo imparato ad apprezzare i pasti condivisi, di solito composti di un mix di fagioli, riso, lenticchie e altri vegetali. Abbiamo potuto cogliere gli avanzamenti di una vita rallentata: a causa della mancanza di strumenti diagnostici, tutte le informazioni sui nostri pazienti dovevano essere ricavate dalle conversazioni che avevamo con loro, guadagnandoci la loro fiducia e sacrificando il nostro tempo senza guardare, impazienti, il tempo scorrere attraverso i nostri orologi. Ci siamo abituati a viaggiare con autisti sconosciuti attraverso strade sterrate e, alla sera, illuminate soltanto dalla Via Lattea.

In Kenya abbiamo anche conosciuto l’altra faccia della realtà africana: la povertà, che spesso impedisce di sottoporsi a cure mediche sicure ed efficienti; la tragedia di una madre che non può permettere ad una figlia di studiare, assicurandole un futuro migliore; le sofferenze di una famiglia in cui il figlio, portatore di HIV, rifiuta i farmaci, ammalandosi di AIDS; Il dolore di una donna che svolge un lavoro duro, in condizioni difficili e insicure, provando ancora più sofferenza. In tali situazioni, era naturale sentirsi sopraffatti dalla frustrazione, dalla rabbia per un sistema in cui i soldi sono più importanti degli uomini e noi -malgrado i nostri desideri più profondi- potevamo fare poco.

L’Africa è il luogo dove tutto sembra amplificato, dove i giorni sono più caldi e le notti sono più fresche; dove ci sono persone di buona volontà che sacrificano tutta la loro vita per coloro che hanno bisogno, mentre i malvagi approfittano degli altri per l’interesse personale, alimentando la corruzione e il malcostume. La vita è dura e fragile, spesso può essere breve. Vivendo in tale ambiente, abbiamo vissuto diverse situazioni cui un gruppo di ventenni non poteva far fronte. La gente si è fidata di noi, ha messo la propria vita e la propria salute nelle nostre mani. Questo ha rappresentato un grande onore, ma anche una grande responsabilità. Nonostante tutti i nostri sforzi, le conoscenze acquisite e i mesi di preparazione, alcune situazioni erano imprevedibili.
Abbiamo assistito a molti momenti drammatici, come la rianimazione di un bambino o una giovane donna che muore di tubercolosi, una malattia curabile in Polonia. Tuttavia, ci sono stati anche momenti di grande gioia, di successo terapeutico: ragazzi recuperati dopo l’avvelenamento da pesticidi, un bambino nato sano da una madre HIV-positiva grazie alla profilassi attuata. Persone con disabilità che hanno potuto indossare scarpe e camminare nuovamente, dopo aver subito interventi chirurgici che non avrebbero potuto affrontare in precedenza.

La vita nel villaggio keniano in cui abbiamo vissuto si concentra nelle scuole locali, nell’ospedale e nella chiesa. L’ospedale ha solo quattro reparti: reparti per uomini e donne, pediatria e ostetricia. C’è una sala operatoria di base, una farmacia e un reparto di assistenza per i pazienti HIV-positivi. La nostra routine quotidiana comprendeva gli esami, la somministrazione di farmaci, operazioni di pronto soccorso. All’inizio l’ospedale ci sembrava assomigliare ad alcune piccole unità sanitarie polacche, ma poi la realtà si è rivelata molto più brutale. Assenza di apparecchiatura per i raggi X, mancanza di bombole di ossigeno in camera operatoria, mancanza di medicinali. Questo ci ha fatto comprendere quanto l’attrezzattura possa fare la differenza negli ospedali keniani.

Le riunioni dei gruppi di sostegno per i pazienti HIV-positivi sono state fonte di molte storie commoventi. Abbiamo incontrato una donna che non poteva permettersi un semplice spazzolino da denti per sua figlia. Un gruppo di uomini che volevano vivere coltivando verdure ma che non avevano accesso all’acqua. Ci aspettavamo di vedere povertà e condizioni di vita povere. Ci aspettavamo di essere sopraffatti dall’indigenza. Infatti, abbiamo visto un certo grado di povertà. Tuttavia, abbiamo anche visto la felicità e la pace negli occhi della gente. C’era tristezza ma nessun dolore. Quelle persone ci hanno insegnato l’umiltà, ci hanno dimostrato che possiamo essere felici malgrado la malattia, la povertà o la sventura. Riteniamo che queste riunioni avessero un grande impatto anche sui keniani. Non perché eravamo studenti bianchi dell’Europa lontana, ma perché li abbiamo trattati come uguali e come persone normali, nonostante la loro malattia. Purtroppo, nel loro paese natale la stigmatizzazione e l’esclusione sono molto diffuse.

Potremmo parlare per ore del Kenya. Posso dire che il nostro breve soggiorno in Africa, quelle poche settimane o addirittura mesi, non salverà il mondo. Infatti, non siamo in grado di soddisfare le esigenze sanitarie globali. Tra decine, centinaia di ospedali siamo riusciti a visitarne solo pochi. Quindi, a cosa valgono tutti i nostri sforzi e il nostro duro lavoro? Non abbiamo dubbi. Non pretendiamo di aiutare l’intero pianeta in una sola volta, ma se una sola donna non subirà le conseguenze dell’assenza di attrezzatura di base nel reparto di maternità, allora ne vale la pena. Se un solo uomo si riprenderà prima, perché abbiamo mostrato come poter curare una ferita ulcerante, allora ne vale la pena. Vale la pena anche se un solo paziente dovesse ricevere un’assistenza sanitaria migliore e più efficace e quindi aumentare la qualità della sua vita. Indipendentemente dalla razza, dalla fede o dal sesso: la vita è il valore più grande, sia nel Continente Nero che in ogni angolo del mondo.